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La storia

 Mi trovarono distesa, addormentata nel prato della loro proprietà. Ricordo solo di avere avuto la forza di scavalcare l’alta cancellata, oltrepassare il boschetto che divide la città da questo angolo di paradiso e di essermi poi addormentata sul prato. Non so quanto sono rimasta lì ma a detta di loro molto perché i miei vestiti e anche un po’ di pelle aveva preso il colore dell’erba. Loro furono molto gentili, mi prepararono un bel bagno, mi dettero vestiti puliti e anche un pasto caldo. Non so perché ebbero fiducia in me in quel momento. Dopo mi dissero che videro bontà e purezza nei miei occhi che non potettero che ammirarne la lucentezza ed accogliere questa stravagante ospite. Non chiesero niente di me anche perché avrei sicuramente mentito. Dimenticare il passato per un po’, in modo da avere il tempo per elaborarlo.

Mi trovo bene in questo posto. Mi hanno alloggiato in due stanze sul retro di questo ampio casolare e uscendo in giardino davanti a me ho una palma, un pozzo chiuso da chissà quanto tempo con accanto una panchina e poco più in là un capannino degli attrezzi di lavoro. Guardando in alto si vede un pezzo di cielo meraviglioso con tutte le sue nuvole ed io spesso mi metto seduta sul pozzo a vederle passare. A volte stanno anche ferme ma le più belle sono quelle che si muovono in immaginarie forme. Loro li vedo solo per i pasti eccetto che per colazione quella la faccio da sola nell’immensa cucina. Mi muovo in questo posto come se l’avessi vissuto da sempre ed invece ci sono capitata per caso. Il caso. Mi ha sempre ossessionato la casualità con cui avvengono le cose. Sembra che non ci sia mai un motivo e poi dopo, anche molto tempo dopo, ti accorgi di essere come un burattino nelle mani di un Destino che si diverte a muovere i tuoi fili, in una storia che non è scritta ma che poi lo sembra dando un’occhiata su ciò che ti succede, dall’alto, come dalla piccionaia di un teatro mentre assisti ad una rappresentazione. Il destino, la vita, l’unica cosa che possiedo. I ricordi, il presente e le speranze, tutto il resto è superficiale, basta solo rendersene conto. A volte penso e ripenso a ciò che è stato e che potrebbe essere stato ma i discorsi si perdono con il vento e con lui vanno lontano chissà dove, forse in un cimitero dei pensieri morti dove si possono trovare tutte le situazioni che potrebbero essere state se solo fossero state. Decisioni che cambiano il corso dei tuoi giorni, che creano situazioni rendendo reale la vita. Poi ci sono accadimenti che piano piano ti portano dove non sai e non avresti voluto averlo scelto ma ti ci ritrovi e basta. Come quella volta che prendendo un caffè con un tipo molto interessante vidi cambiare il colore dei suoi occhi mentre lo stavo guardando. E’ curioso come un fatto così innocente e di un’affascinante bellezza sia stato l’inizio di un tunnel da cui solo dopo diversi anni sono riuscita a vedere un po’ di luce. Nel tunnel non sai quando ci entri e neppure quando ci esci è completamente un delirio permanervi all’interno, c’è chi sopravvive decentemente e chi si arrende al buio e aspetta incurante del tempo che passa insieme alla propria vita.

Oltre che guardare le nuvole mi diverto anche a curiosare nel capannino che si trova poco distante dal pozzo. All’interno ci sono tante cose, tutte utili, ma c’è una cassetta di legno che mi ha da subito incuriosito. Solo che si trova sopra a delle travi e tra tutte le cose utili che ci sono li intorno manca proprio una scala per arrivare quella cassetta. Ho escogitato mille di modi per tirarla giù ma nessuno è funzionale non mi resta altro che arrendermi o cercare una scala. Ho deciso di cercare una scala. In maniera molto discreta ho iniziato e girottolare per tutta la proprietà finché un giorno mi sono imbattuta nel giardiniere che potava una siepe molto alta. Per non dare nell’occhio mi sono messa ad osservarlo da lontano e l’ho visto lavorare per più di un’ora su quella siepe. Una volta finito il lavoro ha raccolto con un rastrello tutto ciò che aveva tagliato e poi ha riposto gli attrezzi, scala compresa, sul furgoncino parcheggiato li vicino. E così sempre da lontano ho visto andare via l’unica speranza per arrivare a quella cassetta. Sono tornata desolata a contemplare le nuvole.

Il giorno dopo ho deciso di continuare la ricerca della scala. Sono entrata nel capannino e ho iniziato ad effettuare una ricerca scrupolosa e sotto un armadio ho trovato un rotolo di corda che mentre lo stavo svolgendo si trasformava sotto i miei occhi in una splendida scala. Ho legato i capi ad un tavolo e ho lanciato tutto il rotolo di corda sopra le travi. La cosa sembra semplice, ma non è stata proprio così, comunque dopo un po’ sono riuscita ad agganciare le travi e mi sono avventurata sopra arrivando a quella cassetta. L’ho portata giù l’ho aperta e tra la polvere di chissà quanto tempo c’era un diario di fattura anonima completamente scritto che iniziava così:

Che i giorni racchiusi in queste pagine

siano sempre compagni dei miei ricordi

Che i giorni racchiusi in queste pagine

siano sempre presenti ma alleggeriti del loro peso

Che il mio destino sia pronto a pagine bianche

dove scrivere nuove parole e nuovi giorni liberi dal tormento del passato

Che il mio cuore ed il mio animo

siano pronti alle novità all’orizzonte, recettivi del nuovo e memori del passato

Che i sogni e le illusioni miei fedeli compagni

continuino a riscaldarmi con la loro essenza

Che una musica rigenerante

entri nella mia vita trascinandomi in una danza infinita

                                                        Il guardiano del pozzo”

 Ho preso il diario mi sono seduta vicino al pozzo e ho cominciato la sua lettura.

 “Quanti pensieri affollano la mia testa, ecco ora scelgo un argomento ed inizio a mano libera, seguendo la penna, leggendo sul foglio le mie parole. E’ ancora la paura a fermarmi, paura di essere frainteso, paura di rivelare cose che sono più grandi di me, paura di essere odiato per nascondere la mia storia, il mio essere, paura di essere quello che semplicemente dovrei essere: un uomo. Paura di scrivere, di parlare, di guardare negli occhi qualcuno per timore di invadere, per timore di vedere negli occhi altrui la paura che mi porto dentro, paura si sbagliare, paura di essere giudicato, paura di giudicare: ma c’è un modo giusto e uno sbagliato di prendere decisioni, cose, momenti di vita? O sono solo due strade diverse che effettuano lo stesso viaggio? Può cambiare il paesaggio, posso trovare paesi diversi più o meno belli ma comunque mi muovo, vado avanti, il calendario è sempre pronto a ricordarmi che i giorni passano anche se sto fermo immobile a fissare il soffitto.

Cosa scrivere non so, sono così tante le parole che continuamente affollano la mia mente ed appesantiscono il mio umore. Ma sono io o una maschera? La maschera di me stesso, attore di una parte che non sento mia e che forse lo è. E’ tutto falso o tutto vero quello che provo o c’è una via di mezzo un equilibrio tra verità e falsità che mi sfugge, tra sogno e realtà, tra finzione e sincerità.

Ho paura di me stesso solo perché non mi conosco più. Vorrei conoscermi ma non so come fare. Mi potrei mettere davanti ad uno specchio e presentarmi. Ma non è così facile. Potrei rivolgermi a qualcuno ma ho paura di combinare qualcosa che non so neanche io e poi come potrei fare, dovrei fingere, nascondere cose che non voglio dire.

Falsi segreti riempiono la mia testa. Ricordi. Solo ricordi di cose da non raccontare, di cose folli fatte solo nel disperato tentativo di capire qualcosa che non c’è da capire, nel tentativo di vivere nell’illusione. Forse è stato tutto un malinteso. Addosso mi rimangono solo le bruciature e i ricordi di attimi, di sguardi.

Affido a te le mie parole, lontane da occhi indiscreti, lontane da orecchie fasciate, lontane da cuori arrugginiti. Parole innocenti, parole combinate, parole composte per cercare un po’ di tranquillità, parole incastrate in giochi di parole. Ma quanto mi posso fidare di te, fino a che punto sei così discreto nel contenere le mie parole? Se qualcuno ti apre, se qualche mano curiosa ti sfoglia ti lasci sfogliare, ti lasci leggere. Parole per farsi leggere. Parole da leggere. Parole da capire. Parole da non fraintendere. Parole da sentire. Sentire emozioni che le parole portano con se. Parole, semplici parole. Parole che racchiudono misteri, che delineano qualcosa di non chiaro. Parole misteriose, parole silenziose. Mistero, silenzio. Il mistero del silenzio, il silenzio misterioso. Il silente in silenzio è misterioso. Perché? Pensa. I misteri dei pensieri. I pensieri in silenzio fanno compagnia al silente che si diverte del suo silenzio, dei suoi pensieri e del suo mistero.

 Pensieri pensati popolano l’aria

Il vento li trascina con se

Il vento li porta nell’aria

Finché una voce non gli da vita

Pensieri parlati ad orecchie in ascolto

Pensieri sentiti dall’anima

Pensieri sentiti dal cuore

Emozioni che animano il corpo

 Il generatore dei miei pensieri, il genio della memoria è andato in loop. Soliti pensieri, solite parole, solite paranoie mi affollano. AIUTO! Ho bisogno di un tecnico, ho bisogno di un cuore che mi animi. Che mi faccia sentire il fluire del sangue nelle vene, che mi faccia ricordare che anch’io ho un cuore. Una macchina vive la mia vita al mio posto. Dove sono io? Non lo so. Forse in vacanza, ho innestato il pilota automatico e non trovo più il bottone per disinserirlo. Forse l’ho tolto. Una macchina mi spinge a fare cose che voglio fare eppure non sento di farle ma le faccio e non sono contento: allora qualcosa non va. Sono in PAUSE qualcuno pigi PLAY perché io non riesco più a trovare il tasto.

Rimango in silenzio per non sputare acido che corroderebbe la patina perbenista che vedo intorno a me. Rimango in silenzio per non sputare acido che corroderebbe me. Le persone mi circondano come specchi. Le parole rimbalzano e mi ritornano cariche dell’odio o dell’amore che le ha fatte uscire dalla mia bocca. Rimango in silenzio per nascondere me. Rimango in silenzio per diluire l’amaro che ho dentro. Rimango in silenzio per difendermi dalle incomprensioni. Rimango in silenzio per stare fuori dai convenevoli. Per difendere il mio sentire e difendere me da chi mi vuole impedire di sognare, da chi mi vuole convincere ad amare solo la realtà. Da chi mi difendo? Visto che rimango in silenzio mi difendo dalle parole per essere pronto a difendermi dalle persone che come sciacalli si scagliano a distruggere i sogni altrui solo perché loro non riescono a farne.

AIUTO!

Cerco di sopravvivere allo schifo di giornate che sto passando. Cerco di sentire il loro peso come preparazione a giorni migliori. Cerco di essere paziente aspettando che i giorni passino nell’attesa di riprendere a vivere.

AIUTO!

Non riesco a stare bene. Non riesco a stare male. Riesco solo a rimanere indifferente.

AIUTO!

Perché continuo a scrivere? Non ho niente da dire ho solo lamenti da fare. Ho solo la voglia di urlare lo schifo che ho dentro. Ho solo voglia di urlare che sto male, che non mi va bene niente di quello che mi trovo intorno, di quello che ho.

Le mie parole mi sciaguattano dentro. Come onde del mare il moto dei miei pensieri trascina fino alla mia bocca parole che rimangono chiuse in me. Come le onde arrivano a riva accompagnate dal vento così le mie parole avranno voce accompagnate dagli eventi. Parole naturali come onde bagneranno le mie labbra. Parole mosse dal vento si infrangeranno su chi le ascolta. Parole salate per l’incosciente bevitore e parole temperate per l’aspirante nuotatore.

 Il mio corpo contiene un mare di parole

Un mare di parole contiene il mio corpo

Un mare di parole tiene insieme il mio corpo

Pescatore lancia il tuo amo tra le mie onde di parole e sfamati con i miei doni

 Sopravvivo con indifferenza ai giorni che passano. Indifferenza a me e a quello che ho intorno. Indifferenza comoda quanto dolorosa. Carica di un dolore che arriva pungente al cuore, che si apre in squarci di momenti. Attimi veri di riflessione allungano i momenti indifferenti.

Chi è che parla al mio posto? Chi è che mi fa dire cose non vere? Chi è che mi frena dal fischiare se sono allegro, dal piangere se sono triste, dal ridere se mi diverto con i miei pensieri? Chi è che mi spinge a scrivere anche se ho tutto e niente dentro di me? Chi è che abita questo corpo che non conosco affatto?

 Nascosto dietro un foglio trasparente

mi muovo e mi osservo.

Un foglio mio e servo di me.

Servo a me.

Il foglio trasparente

si sta degradando al vento.

 Il fluire del tempo mi accompagna. Una nebulosa mi sta animando e sta assumendo forma. L’indefinito si definisce. Un processo formativo. Giudizi per crescere. Parole per parlare.

Illusioni. Illusioni che allietano i giorni. Illusioni per crearsi un po’ di compagnia. Illusioni per trovarsi dell’affetto. Illusioni per scaldarsi il cuore. Illusioni di un’ora, di un giorno, di una vita. Illusioni fragili. Illusioni solo illusioni. Illusioni taglienti quando rimangono solo delle illusioni. Fragili illusioni mi accompagnano. Illusioni mi agitano nella ricerca affannosa di non so quale essenza, di qualcosa che mi liberi dalla tristezza che comprime il mio cuore. Animo fragile, percorri le strade della tua vita, scivoli con delle pattine su lastroni di ghiaccio, ti muovi tra gli uomini come tra dei bicchieri di cristallo.

Il non fare e il non parlare mi comprimono. Le parole mi si gonfiano dentro e i pensieri prendono corpo e mi affollano e appesantiscono. Che i pensieri siano leggeri come leggere alleggerisce i miei pensieri. Leggere me per alleggerire il peso delle cose che mi porto. Cose pesanti e immobili ristagnano nel mio profondo.

 Vivere è uno sport estremo

 Un trattore mi è venuto a salvare. Mi hanno tolto dalla fossa, dal pantano in cui mi sono arenato. I sogni mi parlano, mi sussurrano cose che si realizzano in momenti. Segnali che si combinano insieme in giochi casuali che solo la mente fredda può disegnare. Un filo si svolge. Un filo che travolge i sogni che li lega in una collana di fiori da infilare al collo del primo visitatore. Una collana di sogni e segni. Una collana di colori e profumi. Un filo di lana si srotola nel labirinto del destino di una vita. Un filo che attraversa persone, attraversa momenti, discorsi, parole. Un filo fatto di emozioni, di energia segna i giorni che percorro, i giorni che passano con tutti i suoi momenti. Momenti lenti, veloci, intensi, caldi, vuoti, freddi, soli. Un filo che si allaccia con tutte le parole sentite, dette, lette, ascoltate. Con immagini vissute, viste, raccontate, sentite. Con pensieri pensati, sentiti, rimenati. Con colori, profumi, aromi, sensazioni e sapori che accompagnano il giorno, che accompagnano il passare lento ed incessante dei minuti. Un filo che unisce, che tiene insieme i giorni raccogliendoli in settimane che passano, in mesi che si susseguono, in anni che si rincorrono. Un filo in continuo movimento, un filo in tensione dalle tensioni intorno, un filo disteso e teso. Un filo insinuante, un filo infinito che si inspessisce sempre. Un filo. Il filo.

 Il filo del destino

si srotola

col passare

dei giorni

 Immagini distanti, immagini di me. Immagini di un immaginario parallelo. Parallelo a me come il mio corpo è parallelo nei giorni, nei momenti. Parallelo di immagini vissute come reali. Parallelo irreale di me in cui parallelamente ai giorni cerco di trovarmi. Immagini pensate e costruite nella mia mente. Immagini viste con i miei occhi reali che si cibano di immagini irreali. Parallelo di immagini di vita vissuta in parallelo.

Fantasie arabescate percorrono la mia mente. Fantasie fantastiche mi fanno compagnia. Fantasie di immagini in continuo mutamento.

 Amo gli alti

perché

sciaguatto

nei bassi

 Parole di un Destino che mi raggiungono ovunque e con chiunque. Parole che passano da corde vocali che le animano. Parole scritte e sentite passando. Parole come specchi. Parole che rimbalzano come i gesti. Parole contagiose, parole. Parole dentro un film, un libro, un cartello, un’insegna. Una comunicazione segue i miei umori.

Un’indifferenza glaciale mi copre l’agitazione di umori che sento in me. Emozioni incontrollabili rimbalzano tra i ghiacci dei miei gesti. L’eco dei rimbalzi mi accompagna dovunque vado. Echi ghiacciati di emozioni bollenti. Echi sordi al richiamo di controllo. Echi impazziti e vertiginosi riempiono il mio dolore.

Ho seguito una voce per cercare un corpo. Per cercare il mio corpo, il mio essere. Ho seguito una voce in un viaggio reale. E la voce mi accompagnava sempre, mia fedele amica di umori.

Il volto della finestra riflette l’immagine del mio volto illuminato dalla luce di quattro candele. La pelle illumina il vetro delineando la linea del mio volto. Gli occhiali colorano il contorno dei miei occhi. Gli occhiali riflettono le luci del paese ed i miei occhi vedono riflessi di luce. Immagini delineate.

La mia mano esita a muoversi. Troppe sono le parole che mi rimbalzano. Solitarie parole cariche di altre parole rimbalzano nella mia testa. Parole ancora parole che non riesco a fare uscire. Parole solitarie in attesa di un filo su cui stenderle. Parole da sciacquare dalla polvere del tempo.

Cerco le parole per uscire dal mio mutismo ma vana è la ricerca. Cerco una relazione di parole ma non ne voglio rimanere coinvolto. Troppe paure mi tormentano e mi gongolo nel contarle.

 Nascondo le mie paure

dietro un velo

di apparente

gentilezza

 Assentemente mi parcheggio in attesa che il tempo passi. Le mie speranze si sono inaridite e nel vuoto risuonano echi di richieste disperate di un aiuto che cerco. Il mio essere è spento. Troppi ricordi di giornate passate con il vuoto. Troppo dolore immaginario ha sofferto il mio cuore. Troppo freddo ha patito il mio corpo. Troppi lamenti affollano la mia testa.

 Una voce risuonava

nel silenzio

della mia solitudine

 Aspetto, ancora aspetto, una speranza, un raggio di sole che mi scuota un po’. Eppure scappo da tutto e da tutti. Solo in me riesco in niente. Neanche a soffrire. Disperata voglia di qualcosa che non sia l’attesa. Disperata voglia di uscire fuori dal mio mondo inanimato. Disperato mi muovo. Aspetto che i giorni passino e sono lenti. Aspetto il coraggio di guardarmi davvero. Aspetto la forza di fare qualsiasi cosa. Ma cosa? Di raccogliere i miei cocci. Ma che forza mi può mai smuovere o basta un solo alito di vento? Arroccato nei miei ricordi mi muovo indifferente è il dolore trascinato dalla violenza o la mia nullità che mi blocca nel freddo? Malata di solitudine o è la mia non essenza che mi agita? Sono solo parole di lamenti o puerili passatempi? Non so fare altro? E se non so fare altro allora sono solo un niente.

Cerco un senso alle cose, ai momenti in cui mi trovo. Cerco chissà quale senso per chissà quale motivo. Forse solo spinto dalla voglia della ricerca fine a se stessa e non tanto ricerca di qualcosa o forse alla ricerca di qualcosa che è assente dalla mia vita. Colleziono giorni come scontrini fiscali a riscatto di azioni, come prezzo di una follia che ancora mi accompagna. La follia di essere al centro del mio mondo e non sapere come godere di quello che potrei prendere. Cerco parole per stabilire un contatto, per parlare con qualcuno ma non riesco ad uscire dalle pareti di silenzio che mi sento intorno, che mi sono ritrovato negli anni. Indifferente a tutto, indifferente di me stesso, indifferente alle persone che ho intorno o solo silenzio che copre un’immaginaria indifferenza. Che copre la mia immagine. E dietro la mia immagine cosa c’è? C’è davvero qualcuno o c’è solo il niente, il vuoto, il silenzio?

Stanco di tutto e soprattutto stanco di me. Il vento ha seccato le mie labbra, il freddo ha gelato le mie parole. Una fiamma. Solo una fiamma può risvegliare questo essere disperso nella steppa di persone. Disperso nel profondo della superficie. Disperso da se e comunque perso nei giorni.

Una strada solitaria ho intrapreso con i miei sogni che si sono rivoltati a me. Li ho guardati in faccia e come demoni mi hanno spaventato. Dei fiori ho trovato e della loro linfa mi sono nutrito. La strada prosegue e chissà se negli alberi che incontro lascio traccia di me o indifferente scivolo trascinato dalla pioggia del tempo. Le voci della follia mi hanno accompagnato, voci imprevedibili di echi di solitudine, voci invisibili di pensieri irreali.

Il vuoto prende forma nell’indifferenza del tempo. L’indefinito si definisce nella volontà di una definizione. E prende colori e sapori di immagini irreali che solo i miei occhi hanno visto.

Un corpo immobile. Un corpo assente perso nella desolazione dell’attesa. Una parola, una frase, un discorso. Un attimo di realtà che assomiglia alla desolazione dell’attesa. Un gesto, uno sguardo, un sorriso. Segni ricercati come l’ossigeno in una stanza piena di fumo. Preziosi come la luce che rischiara il buio. Rari come gli alberi di perle. Un corpo immobile, le sue mani lo trascinano in angoli noti in attesa di una parola e di un gesto. Un corpo incapace di tutto. Un corpo incapace di svestirsi dell’incapacità che una mattina, per errore di essere, si è messo addosso. Un corpo solitario che insegue con accanimento la sua solitudine. Un corpo chiuso dalla sua indifferenza. Un corpo inanimato in cerca della sua anima. Anima, anima mia dove ti ho perso se mai ti ho avuta con me? Corpo, posso toccarti, posso vederti riflesso nello specchio, ma sei parte di me? Anima cerca corpo. Corpo cerca anima.

Sono pronto ad attraversare la porta che da sul giardino? Sono pronto a lasciare le gallerie umide che sto attraversando? Sono pronto? Sono o sono solo immagine di quello che vorrei essere? Ma vorrei essere davvero qualcosa o qualcuno? Sono? Esisto? Sto vivendo? O sono solo spettatore dei giorni?

 Il tempo

ha segnato

la pelle

della mia giacca.

Le sue pieghe

danno profondità

alla luce

che ci si rispecchia

 La mia bocca piange parole per riscattare le lacrime che la mia rabbia ha chiuso in me.

Solo la memoria salva gli attimi dall’essere dimenticati. Solo lame sono passate sul mio cuore. Povero me che non riesco più a trovare il filo per ricucire le ferite e fermare il sangue che macchia ogni mio giorno. Un gigantesco buco nero mi ha risucchiato ed io non ho fatto niente per fermarmi. Pieno della mia stessa falsità. Pietoso di me stesso non sono neanche fango. E se fossi solo finzione?

Non trovo le parole per tirare fuori il senso di apatia che ho addosso. E’ qualcosa di indefinito, che sfugge ad ogni mio tentativo di identificazione. Vuoto. Profondo. Inflessibile ad ogni colpo. La sua resina mi si è attaccata addosso e non trovo il sapone che possa lavarla via da me. E non trovo la forza per fare alcunché.

Qual’è quella forza che mi spinge a muovermi? Camminare. Cammino nella stanza per non so quale motivo. Eppure c’è altrimenti starei fermo. Ma c’è sempre un motivo per fare qualcosa? C’è sempre un motivo che agita il mio corpo o come una bandierina al vento mi lascio trasportare da quello che mi succede intorno? La mia volontà è così flebile?

Vorrei riuscire con le parole a tirare fuori me. Rinchiuso in un guscio di falsità non riesco ad essere. Che paura ho di guardare fuori. Che paura ho delle illusioni. La vita è tutta un’illusione, basta cambiare i pensieri e ti cambia il modo di vivere questa vita che è lunga e l’unica realtà che il nostro essere conosce coscientemente. Che paura che ho della vita. Che paura mi faccio guardandomi e che schifo essermi ridotto in questo stato perché incapace di reagire. Se lo schifo si trasformasse almeno in rabbia potrei forse reagire ma il continuare a rimanere nell’apatia aspettando uno spiraglio di sole mi trascina ancor di più nel vortice in cui mi trovo. Perso dentro di me, nel labirinto delle mie falsità. Sono solo quello che dico. E allora non sono niente. Deludente di me e delusione di chi mi ha concesso la vita. Delusione di un Destino che mi ripaga con quelle che gli ho dato. Delusione di non riuscire neppure a scrivere. Delusione di non riuscire a parlare.

Il pensiero mi plasma. Quello che i miei sensi percepiscono mi danno forma. Sono ciò che vuoi. Attore di elettriche sensazioni. La mia anima si è prosciugata, il mio vampiro ha succhiato tutta la mia linfa e non ho fatto niente per fermarlo.

 Generatore

impazzito

di parole

fredde.

Automa

di me

 Una faccia per ogni occasione da indossare come un abito. Vorrei camminare nudo per le strade del mondo, nudo tra i sentieri della vita. Ma resisterà la mia pelle al fuoco delle parole e al gelo degli sguardi?

Libera le parole che ti stringono il cuore. Libera gli umori che ti porti dentro. Sciogli le catene dei pensieri. Sciogli i lacci dei ricordi. Respira a pieni polmoni la freschezza dei giorni liberi dal passato. Respira i profumi della primavera e una lieve fiammella ti scalderà dal freddo dell’inverno. Libera la fantasia dalle catene della paura. Immagina l’inimmaginabile e se guardi bene l’immagine è la realtà che ti circonda.

L’animo felino non trova pace in questa gabbia. Si agita, si muove in cerca di croccanti momenti da gustare. L’animo camaleontico si manifesta nelle occasioni e mi plasma in forme incastranti di modi di essere. Ricerca maniacale di un’unità formata da perfetti incastri. Ricerca affannosa della costruzione del puzzle della mia identità. Ricerca disperata di condivisione di uno stato d’animo. Ricerca persa nella vanità della ricerca.

 Quante luci vedono

i miei occhi

brillano rarefatte

nello spazio della distanza.

Se allungo la mano

riesco a sfiorarle

ma non percepisco

il loro calore

troppo spessa è l’indifferenza

troppo profonda

è la distanza

che mi separa

dalla mia pelle.

Quanti rumori

sentono i miei orecchi

eppure mi agito

come se fossi

in un’isola deserta

 Perso nei miei lamenti non mi accorgo degli umani che a volte incontro. Troppa è la paura di confrontarmi e di scoprire di essere solo un replicante, di avere perso la mia umanità. E mi gongolo così inutilmente nella mia solitaria vita che ha sete di pura acqua, di puro amore, di gratuito affetto.

E se fossero solo le parole a dare la profondità di quello che succede? Se fossero solo le parole a colorare i giorni, a riempirli? Se fossero solo le parole. Se bastassero solo le parole a trovare la profondità dei momenti. Se bastassero solo le parole per cambiare l’umore inizierei a leggere il vocabolario.

Estraneo a tutto. Estraneo di me stesso. Indifferente a tutto. Barricato in un mondo sofferente e così radicato in me che rimango immobile di fronte a cose che non succedono, ai miei pensieri. L’indifferenza rende ladri di attenzioni negate. Attratti dal sole degli sguardi. La resina della malinconia si è appiccicata alle mie mani.

I pensieri non seguono i giorni. Possono rimanere intatti dal tempo. Possono scomparire e riapparire all’improvviso con un battito di palpebre. Una nuvola di dolore e apatia ha cancellato il mio essere indefinito. Riuscirà la mia mano ha ritrovare l’equilibrio con la mia testa? Riuscirò a esprimermi senza la paura del giudizio? Riuscirò a liberarmi da occhi che mi seguono e mi controllano? Riuscirò a sentirmi davvero libero dalle catene dei pensieri?

 Perso

nell’eco delle mie stesse parole

non mi ritrovo più.

Perso

nei bagliori delle mie illusioni

non mi ritrovo più.

Perso

nella voluttà di piaceri solitari

mi dondolo nell’oblio.

Perso

nei giochi di mille parole

mi faccio compagnia

 Guardo fuori e solo la rete riesco a vedere. Occhi smarriti. Corpo inerme. Da qui non si vede il mare eppure è lì vicino. Potrei muovermi. Potrei andare sulla spiaggia a cullarmi con le onde, con il loro suono. Potrei alzarmi verso dove non so. Potrei, potrei quante cose potrei fare eppure non le faccio. La pigrizia pigra mi attrae. Il lasciarsi stare mi ha incantato. L’indifferenza fredda mi ha isolato. I miei giochi malati mi hanno massacrato. Reduce di me cerco un nemico su cui scagliarmi. Solo rabbia e disprezzo possono uscire dal mio cuore. Solo amarezza e sdegno possono far suscitare le mie parole. Sto affogando in un mare di fantasie.

Che palle! Non riesco a tirare fuori niente. Imprigiono anche le mie parole. Sono un carcere in movimento. Sono un riccio in fermento. La penna si è sciolta ma non i miei timori di lasciare una qualsiasi traccia di me. Scandaglio argomenti, scelgo le parole e poi il vuoto. Non ho niente da dire troppe cose mi annebbiano e se invece non fosse ancora il momento? E se ancora non volessi avvicinarmi alla realtà. O se semplicemente non riuscissi a farlo, bloccato dalla paura, congelato dalla solitudine. Vivo di pensieri e questi mi bastano o me li faccio bastare. Paura della realtà, malato di fantasia. Anima persa nei labirinti della solitudine. Anima addormentata tra gli specchi di indifferenza. Anima che non riesce a trovare una qualsiasi pace. La guerra del vivere è come vivere in una guerra.

Parole. Parole. Ho bisogno di parole come dell’ossigeno che respiro. Mi mancano e mi sento soffocare. I miei deliri mi stanno stretti. AIUTO! Come devo fare per chiedere qualcosa a qualcuno. A chi? Ripiego sulle mie parole, uniche mie compagne di sempre. Come sarebbe se avessi qualcuno con cui parlare. Direi chissà cosa. Niente. Forse niente. Vomiterei addosso parole solo per vomitare lo schifo che mi sento di avere, che mi segue continuamente. Appiccicato come resina alla mia anima. Pensieri. Pensieri che mi assillano. Persone con pensieri che mi comunicano più di miliardi di parole. Pensieri che mi arrivano dentro insieme alle persone che me li mandano. Pensieri che mi arrivano dentro quando vorrei parole per sentirmi meno solo in questo universo di luce abbagliante. Vomitare. Vomitare il dondolio che mi assale. Vomitare.

Sentire. Quante cose sento. Ma sono vere? Ma sono vero? O sono solo un ammasso di deliri senza alcun senso. Ma c’è un senso alla vita? Ma c’è qualcosa per cui vale la pena di vivere se non il lento scorrere dei giorni. Vorrei urlare. No, non ne ho il coraggio di fare uscire così tanta mia voce. Riesco solo a sbadigliare, a far uscire un po’ di silenzio che fedelmente mi accompagna in questa sera e in questa mia vita. Il mio sentire mi ha tradito. I miei sensi mi hanno tradito. Le mie fantasie ed i miei pensieri erano solo falsità, giochi di luce e fumo.

Amaro. Amaro in bocca ancora una volta. Amaro. Amaro nell’aria. Amaro in parole. Amaro nel sentire domande non dette. Amaro nel perpetrarsi di parole non dette, di parole negate ad un’anima che non sa come fare per farsi conoscere per ciò che è. Passano i giorni e neppure me ne accorgo. Agganciato non so da quale catena alla ruota del tempo mi lascio trascinare dove i giorni mi portano. Potrei resistere. Resistenza inattaccabile, impercettibile ma stoica. Resistere a che? Resistere al mare dei miei deliri. Resistere. Resistere al farnetichio delle parole nella mia testa. Resistere ad echi di previsioni future che mi annebbiano le parole. Resistere alla richiesta di piacere che il mio corpo racchiude in se. Resistere al dolore della malattia che porto con me. Resistere alla desolazione che mi sono costruito. Resistere a tutte le notti passate da solo. Resistere a me.

 E

il tempo

passa

ed io

stoicamente

resisto

 Il peso della compagnia mi schiaccia. Solo pesi la mia mente riesce a percepire. Aspiro alla leggerezza ma respiro solo la mia pesantezza. E se domani mi svegliassi ed uscendo dal letto il mio corpo lievitasse fino al soffitto? Mi dovrei arreggere e ciò che trovo per non volare via oppure mi lascerei volare via? Volerei via e mi guarderei volare via senza avvertire la coscienza dell’imminente partenza. E guarderei tutti i conoscenti e li saluterei come se domani li rivedessi ancora ed invece è proprio una partenza. Una partenza per l’ignoto. Una partenza per chissà quale posto che poi sarà uguale a questo. Ma intanto sarei partito. Ma vorrei fermare poi il mio viaggio? Vorrei gettare le ancore in qualche posto? Non sono niente per avere la forza d’animo di fermarmi. Un punto fermo. Una certezza. Ci vuole coraggio per afferrare una certezza anche perché cambia il vento e più certezza non è e tra le mani rimane solo sabbia ed amarezza di aver perso l’unica certezza.

Dammi tempo ancora per curare le mie ferite. Ma quando guariranno? Forse mai, forse domani. Il segno rimarrà indelebile sulla carne. Quanta sofferenza inutile ma ugualmente sofferenza. Quanto niente mi ha fatto compagnia ed ancora lo cerco per la paura del tutto. Le foglie sono già tutte cadute dagli alberi ed a loro non rimane altro che aspettare la primavera. Aspettare, aspettare per non fare. Aspettare, aspettare per lasciarsi andare. Confusione mentale e vuoto assoluto. Vuoto assoluto e vortici di parole. Spirali di pensieri mutano in vuoto. Troppo. Troppo pieno di niente.

 Stanco di parlare

io

che parlo ormai

pochissimo.

Le parole non escono

perché

semplicemente

non ci sono

 Niente. Vuoto. Le parole non ci sono più o forse ci sono ancora in un sussurro che appena percepisco. Niente da dire. Su cosa poi avrei da dire qualcosa, una qualsiasi cosa. Lascio che il tempo passi anche perché non posso certo io fermarlo, altrimenti l’avrei già fatto per rifiutare tutto. Per distruggere qualsiasi debole germoglio. Niente mi lascia un sentimento. Qualsiasi esso sia. Freddo, marmoreo essere che ti scaldi all’avvolgente calore della stufa nella speranza che riesca a sciogliere il tuo gelo. Freddo e indifferente essere che ti rattristi così facilmente rimanendo comunque estraneo apparentemente e coinvolto emotivamente. Emozioni scalfiscono la maschera di indifferenza ma è ancora troppo spessa per cedere e ben salda sulla pelle per cadere giù. Maschera di cortesia, maschera per piacere, maschera di protezione che maschera un essere impaurito dal dolore. Maschera necessaria per nascondere deliri ossessivi.

Tiro avanti situazioni con indifferenza. La mia partecipazione è solo formale. Aspetto niente e niente voglio fare per paura di sbagliare. Aspetto il momento per passare al sentimento. Aspetto il coraggio per affrontare il passaggio. Aspetto che vada via la mia fobia. Aspetto che ci sia un po’ più di ironia. Aspetto, solo aspetto ed intanto vado a letto.

Parassita di me stesso, di un me che non è mai realmente vissuto. Parassita di un ricordo che mi ha divorato. In un vortice i miei giorni mi ritornano addosso sventrando quel poco di me che ancora è rimasto. Un vortice di dolore mi ha stritolato e ancora mi trovo a raccogliere i pezzi. Un vortice di deliri mi hanno infranto. L’immagine è frastagliata. Isolata di sola solitudine mi siedo al sole e mi riscaldo.

 Affetto l’affetto

e ci spalmo sopra

un po’ di Nutella

per trovare nelle calorie

il calore che mi manca

 Eppure dovrebbe essere facile parlare. Perché mi resta difficile? Preda del silenzio. Comunicare. Avere qualcosa da comunicare o semplicemente da dire per ingannare il silenzio. Una manciata di parole per accorciare i tempi. Una ventata di parole per un po’ di compagnia. Il gusto dello stare insieme dov’è sparito in me? Ma ce l’ho avuto qualche volta? Non ricordo, forse no o forse è passato così tanto tempo che la mia memoria l’ha oscurato. Forse con una lampada potrei riuscire a ritrovarlo e a scoprirlo. Comunque qualcosa forse cambierebbe. Forse con una luce vedrei con più chiarezza quello che ho intorno. Chissà. E se la luce mi facesse vedere meglio il casino o il niente che c’è in me? Rischio! E’ un bel rischio la luce ma chissà se ne varrebbe la pena. Rischio. Un bel rischio. Ma se le parole non mi escono neanche a tirarle come posso pensare di riuscire a sostenere una qualsiasi conversazione.

 Una luce.

Anche una piccola luce a timer.

Un lume

anche solo per una notte

 Larva. Larva in un mondo indifferente e segretamente brulicante di voci che lasciano scie sanguinose. Animali in cravatta popolano questa giungla. Ragni che tessono tele di illusioni. Vipere che addentano mani di sostegno. Piranha che mordono gambe in relax. Avvoltoi che si cibano di pettegolezzi. Lupi in agguato pronti a sbranare la prima preda bramando carne. Mosche avvelenate in riposo. Civette in fregola. Brandelli di carne in giro e carogne putride infestano la città.

Silenzio. Calma apparente. Indifferenza diffusa. I giorni passano ed i tormenti restano. Tempesta. Tempesta giungi silenziosa a smuovere queste povere membra intorpidite dalla propria indifferenza. Coscienza o delirio che mi parli nei sogni scatena la tua forza per riportare in me un briciolo di qualsiasi cosa. Potrà forse la distanza rendermi più facile spossarmi dalla polvere che mi ha ricoperto? Potrà un viaggio lontano da qui farmi ritrovare? Potrò un giorno trovare pace? Emozioni che si scatenano in attimi mi fanno ricordare quanto fragile sia e sopportare il peso della realtà mi è difficile preferisco nascondermi di fronte all’evidenza. In silenziosi sospiri mi assopisco.

Vorrei trovare la porta che mi chiude per aprirla. Vorrei essere un fantasma per guardare inosservato gli altri. Vorrei un chiodo a cui appendere tutte le mie false pene. Vorrei ricucire lo sbrano che mi porto dentro. Vorrei una fiammella che mi riscaldi. Vorrei che la dolcezza della tequila entrasse nella mia vita. Vorrei che il calore del cognac riempisse i miei giorni. Vorrei che il suono del rum animasse i miei umori. Vorrei un totem a cui rivolgere domande e ricevere verità. Vorrei un dolce in cui affogare la malinconia. Vorrei sentire il mio corpo. Vorrei farmi cullare dalla leggerezza. Vorrei demolire la mia resistenza. Vorrei riscattare i miei errori.

Il buio, la luce. Quante cose cambiano. Quante cose mutano senza neanche avere il tempo di accorgersene. Io vago vagabondo dimenticando ogni legame. Vivendo una realtà distante da tutti. Perso nel niente che mi sento intorno. Quanta strada ancora dovrai fare per riappropriarti di quello che eri per accorgerti che non potrai essere più quello di una volta solo perché sei cambiato. Tutto muta, tutto è in continuo mutamento.

Chiuso. Chiusura su ogni fronte. Mi arrocco dentro il mio fortino e mi preparo a bollire dell’olio per gettarlo su chi si provi ad entrarci. Un mondo mio privato, solitario e silenzioso, calmo e sicuro per i miei poveri nervi che saltano per un qualcosa che va storto. Niente più pensieri. Niente più problemi. Tirare a campare questo è l’obbiettivo. Tirare a campare. Tutto mi è indifferente e tutto mi tocca. Lasciare trascorrere i giorni uno dopo l’altro senza alcun tipo di logica. Senza alcuna speranza per il futuro. Tutto può trasformarsi in peggio e al peggio non c’è limite. Chiudo con tutto anche con me stesso. Basta sognare un futuro impossibile. Basta sognare. Basta tutto. Basta lasciarsi mutare al suono di parole. Niente di tutto quello che ho pensato è salvabile. Tutto nel cestino anzi tutto nel fuoco e che le fiamme incenerischino tutto con il loro avvolgente abbraccio. Allontanare i pericoli. Allontanare ogni più piccolo coinvolgimento. Abbandonare ogni persona per ritrovarsi solo circondato da una folla trasparente e indifferente. Che le parole scivolino via dal mio fortino, che la nebbia del silenzio riesca a far perdere ogni sua traccia e se gli occhi parleranno le mie labbra negheranno. E se le parole false non usciranno imparerò a mentire. Attore di me stesso. Attore di un personaggio irreale di questo mondo reale. Attore in un mondo di sola luce, di solo splendore, di sola illusione. Attore con i fantasmi della mente, con gli scheletri del passato, con l’odio e la delusione generalizzata e così diffusa da non riuscire a focalizzare un solo punto, a individuare un nemico su cui scagliarsi a suon di morsi e graffi. Tutto passa, tutto è passeggero, tutto muta col mutare della luce, del pensiero, dell’umore. Nessuna certezza è tale. Col tempo cambia e nel cambiare rimane solo il tempo trascorso a pensare a qualcosa di irreale, a qualcosa che con il tempo si dimostrerà qualcos’altro. Allora perché non aspettare già l’altro sperando che almeno duri ma anche questo poi col passare delle lune muterà ed allora cosa rimane se non il passare del tempo, l’inganno del tempo.

E se tutto fosse solo illusione? Fantasie su realtà intoccabili, verità di comodo. Verità che cambiano con il cambiare dell’umore. Verità personali che negano una verità assoluta. Cambia la luce del mattino e cambia la situazione, la realtà. Niente rimane immutabile, tutto accompagna il tempo nel suo lento trascorrere. Ho raggiunto la cima, ho raggiunto il confine della ragione e li tra la nebbia dei miei sensi ho pisciato acido che mi ha corroso le scarpe lasciandomi scalza sulla via del ritorno. Povero me, poveri i miei piedi, povero me in cerca di conforto e capace solo di sfuggire ad ogni fonte di calore.

Parole, parole, valanghe di parole rotolano attorno a me. Parole, parole mi pugnalano alla schiena.

Riuscissi a tirare fuori in qualsiasi modo l’odio che mi ha allontanato dal mondo. Riuscissi a smettere di volermi male. Riuscissi a non farmi distruggere dall’ozio. Riuscissi a reagire in una qualsiasi occasione. Riuscissi a trovare il capo della matassa dei miei pensieri. Riuscissi ad alimentare qualsiasi speranza. Riuscissi ad avere una qualsiasi soddisfazione. Lasciarsi andare, lasciar fluire il sangue nelle vene come la vita nei giorni. Il tempo passa. Inesorabile. E cancella.

Come vorrei saper descrivere un’espressione. Riuscire con le parole a fermare l’espressione di un volto. Per rendere sempre vivo il ricordo della sua immagine. E riuscire sempre con le parole a fermare anche il suono della voce in quel momento. Un espressione. Cos’è un espressione? Il modo che ha il dentro di uscire fuori. L’espressione è un’illusione. Un passaggio silenzioso di parole. Una comunicazione indiretta direttamente sensoriale. Una corsia preferenziale dell’animo. Illusione di un momento. Di quel momento ricettivo. Tocchi leggeri, frequenti. Un bisogno di un altro contatto. Le parole non bastano ad accorciare lo spazio che mi divide dal mondo. Tocchi leggeri, come se il corpo spontaneo lanciasse i suoi SOS nel buio della notte. Tocchi leggeri, come rispondere? Come reagire? O forse è più comodo non sentire.

Distanze. Distante. Rimanere distante in un limbo di illusione che permette alla realtà di scivolare intorno distaccata. Riuscire ad osservare le cose da lontano, dal profondo del mio nascondiglio. Lontano il mondo si muove, si agita, parla, racconta ed a volte sorride.

Chiuso ermeticamente nel mio mondo completamente irreale. Pantomima di gioie e dolori. Vere emozioni su irreali situazioni. Distillo parole come se fossero gocce del mio sangue. E non trovo quelle che districano il groviglio che ho dentro. Troppo distante da me che mi sono perso, non mi vedo più.

Il velo del dolore copre le mie forme, le nasconde da occhi indiscreti. Il velo della mia impotenza mi ricopre e a malapena riesco a distinguere ciò che mi circonda. Il velo della mia indifferenza mi protegge dai beffardi scherzi del destino. Cammino per le strade con i miei veli andando incontro al vento sperando che il suo furore me li faccia volar via.

Ma dove sono finite le mie parole?Eppure ne avevo una bella scorta e tante e diverse ma non le trovo più, le chiamo e non arrivano. Forse non mi sentono più, forse sono diventate sorde o sono scappate da me o semplicemente hanno trovato un’altra ugola che desse loro voce, corpo, essenza.

Scrivere, scrivere per accorciare le distanze che mi separano da questi giorni di vita trascorsi. Scrivere per chiudere con i ricordi che il peso di queste pagine evocano. Ancora una volta un percorso è arrivato ad una meta. Ancora una volta il tempo ed il destino si incrociano intorno alla mia vita. Ancora una volta tutto ciò mi sorprende.

Potrei fare un disegno per riempire queste ultime pagine vuote. Un bel disegno di quelli significativi, pieni di simboli, carichi di parole pensate. Ma non saprei da che parte rifarmi. Apetto che le parole arrivino fino alle mie dita pronte a formarsi con una penna in mano. Ma non arrivano. Eppure forse avrei cose da dire ma non escono, sensazioni da fermare, momenti da segnalare. Ma la poesia non c’è. C’è solo la voglia di concludere questo quaderno come se segnasse un periodo della mia vita, come se il metterlo tra i libri mi facesse superare il peso dei giorni trascorsi. Come se il percorso iniziato fosse giunto a qualcosa, ad una meta, ad una fine. Troppo facile. Sono solo coincidenze, i soliti scherzi del Destino che mi abbagliano e mi stordiscono e mi fanno infervorare per qualcosa che è solo fantasia, pura immaginazione, solo pensieri sganciati da ciò che è reale. Eppure tutto si incastra così perfettamente che mi sembra impossibile che sia tutto casuale. Chi scrive la mia vita? Il fantasma che è rimasto di me brama e anela altro, ma se le tenebre mi confortano il sole fa trasparire di me la non essenza che mi riempie. Niente, vuoto, il silenzio sovrano.”

 Ho finito di leggere il diario quasi tutto di un fiato e sono rimasta alquanto scossa da tutte quelle parole. Forse perché, me ne sono accorta dopo averci dormito sopra, sono le parole del mio dolore.

Ho deciso di parlare con loro del guardiano del pozzo per avere qualche informazione in più. Loro mi hanno detto che una decina di anni fa ospitarono un uomo che trovarono una mattina davanti al loro pozzo. Niente diceva. Apparentemente. Stava a giornate intere seduto sulla panchina Rimase da loro tutto un inverno e giunti alla primavera lo videro andar via sull’ora di pranzo e nell’aria si sentiva una musica che proveniva da una festa li vicino. Non salutò nessuno ma lasciò sopra il pozzo un suo scritto.

 IL RISVEGLIO

Un’apparente coltre di indifferenza

copriva il tutto.

Ora le parole torneranno

con il loro peso

reclamando una verità

che scuota le coscienze

e pretendendo una presenza

che sia forte nell’esporla

e auspicando il nuovo

che piano piano centrerà

il cuore del mondo.

Parole,

la forza delle parole

attraverserà le mille frontiere

della terra

e della mente.

Un’apertura di ogni confine

che non avrà mai più fine.

Una vasta e sconfinata

catena di parole

girerà in tondo

in questo mondo

saldando le lingue

mischiando le pelli

e rinsaldando il sangue.

L’acqua purificherà le teste

e l’amore farà il resto.

Un amore immerso nell’infinito

un amore immenso,

caleidoscopico,

che assume innumerevoli

forme e colori

che si trasmette

contagiosamente

in ogni animo

che ascolti il richiamo

e che si intromette

in chi è sordo

alle ragioni del mondo.

La terra sorreggerà ogni corpo

sopporterà ogni peso

e ricorderà costantemente

l’origine di ogni cosa

la memoria sarà risvegliata

ed echi di felicità lontane

torneranno presenti

e talmente tangibili

da apparire in un primo momento

estranee e non credibili.

L’aria trasmetterà ogni pensiero

e la fantasia

fiorirà in mille espressioni,

i sogni si animeranno

risvegliandosi da un torpore

lungo tutta una vita,

le speranze si chiameranno realtà

e i giorni passeranno lieti

e carichi di gioie quotidiane

che diverranno grandi

nei sensi di chi le apprezza.

Il fuoco illuminerà il cammino

bruciando i rovi spinosi

che si trovano lungo la via

trasformandoli in altro,

in polvere leggera

che si dissolverà al vento

trasportando la prova

della forza incendiaria

che tutto può mutare

stravolgere e annientare.

La forza di ogni elemento

sarà potenziata

dal calore di una fonte

più che umana,

un calore irradiante

e comprensivo anche di ciò

che non gli appartiene.

La potenza di ogni elemento

si rivelerà agli occhi di tutti

in semplicità

sbalordendo

e azionando il moto perpetuo

della rivoluzione interiore

che porterà

ad un’unione di emozioni

e all’uguaglianza di condizioni

mantenendo

l’unicità

di ogni singolo del tutto

e la rappresentatività

del tutto in ogni singolo.

Orrori del passato

tornano camuffati dal caso

alleggeriti

da un’evidente innocenza

che scaccerà via le ombre

di decenni di silenzio

e rinsalderà una complice vitalità

generata

dalla disperazione.

Il tempo dell’oscurità

è giunto a termine

la luce della coscienza

amplierà le conoscenze

di profondità

nascoste all’apparenza

e la forza della verità

risponderà a domande

formulate nei millenni

e riporterà nella nostra esistenza

l’essenza della propria presenza.

Le parole

appariranno

con le luci e le forme

di ogni interpretazione,

la loro asprezza

preparerà

ad una nuova dolcezza

che aprirà le porte

di ogni nascondiglio.

Il tutto

si riapproprierà di se stesso

e gli inseguimenti della fortuna

diventeranno un ricordo

bloccando

il moto indesiderato

di situazioni coinvolgenti.

Le trottole si fermeranno.

Quelle trottole

in continuo movimento

agitate

da mani invisibili impazzite

che si lasciano roteare

senza saperne il motivo.

Il tutto

si libererà

dalle catene invisibili

che lo legano

ad illusorie colpe

appesantite

dalle pietre dell’indifferenza.

Le ragioni

avranno

il giusto ascolto

e la ragionevolezza

aiuterà nelle scelte

affiancando la spontaneità

raggiungendo

quell’equilibrio

che regola la perfezione.

Il tutto

si rivelerà

in ogni momento

umanizzando

giungle di istinti brutali

riportando il vero nome

alle forme,

ritrovando quell’armonia

che infonde

una calma benefica e contagiosamente

persa con l’errore primario.

La riconoscenza

si eleverà

ampliando la visuale,

vette sconfinate

diverranno visibili

e concrete

e un nuovo sguardo osserverà

ciò che è intorno.

Uno sguardo

carico

del peso del dolore

e luminoso

della luce della gioia.

La fortuna si è fermata

ed ognuno

la potrà guardare negli occhi

e specchiarsi in lei

felici

della prima vera vittoria.

L’invisibile prende la propria forma

concretizza la propria presenza

e la storia

può iniziare

ad essere scritta

mentre la fortuna

ha già schioccato

il primo bacio.

Le nere macchie del destino

si allevieranno

col tempo

aumentando le file

dei ricordi passati

che hanno segnato

i volti

dell’indifferenza.

Nuove pagine

si aggiungeranno

candidamente bianche

e pronte alla scrittura

aperte

ad un riscatto assoluto.

Il generatore di morte interiore

si è definitivamente rotto

ed ogni dolore

vestirà

i panni dell’accettazione

portando a solide rinascite.

I solchi di ferite

che distillano ancora

gocce di sangue

rosso vivo

si salderanno completamente

lasciando solo al tatto

il ricordo

della loro presenza.

La voce dell’interiorità

avrà forza propria

e modulata

da toni

mai sentiti prima

sgraverà

pene

rese già più leggere

dalla comunione di esperienze

e dalla volontà

di rivestire

le nude forme

della sofferenza

di parole lievi

ma definite,

di parole giuste

che salderanno

ogni conto

rimasto in sospeso nel tempo

e che rinomineranno

il rimpianto in scelta

e l’angoscia in dispiacere.

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